FullSizeRender-31-01-17-02-37Si è appena concluso il progetto “Adolescenti a rischio: una risposta possibile” portato avanti dal Comune di Pesaro e dalla Provincia di Pesaro Urbino, finanziato dalla Fondazione Wanda Di Ferdinando tramite il Bando 2014. L’iniziativa poneva al centro del percorso un laboratorio di creatività digitale, fondamentale sia per il trasferimento di competenze sia come strumento di narrazione della storia dei giovani partecipanti. Vi presentiamo la riflessione a caldo di una delle psicologhe coinvolte, Chiara Bisello del Centro Jonas di Pesaro (Centro di clinica psicanalitica per i nuovi sintomi).

Vorrei poter fare una panoramica, una fotografia che raccolga in un’unica istantanea questo progetto, questa esperienza. Mi rimane difficile, però posso partire dal suo nome, dal suo titolo: “adolescenti a rischio”. Da questo grande insieme, aperto e dinamico degli adolescenti a rischio, dove per noi, l’unica risposta possibile può partire dall’estrazione della singolarità del soggetto.

Quale rischio per ogni adolescente? Questa è la prima considerazione che ci sembra importante portare oggi. Ogni soggetto che abbiamo incontrato ha fatto o sta facendo i conti con un rischio per il suo futuro, rischio differente da quello dell’amico seduto accanto a lui.
Il dispositivo del gruppo di lavoro, lavoro di creatività digitale, ci ha dato la possibilità di far parlare queste differenze per via indiretta. Il gruppo ha dato la possibilità di un confronto non individuale con l’ascolto dello psicologo, il gruppo ha potuto dare la possibilità di un confronto con il simile (che poi così simile non è) ed è da qui, dalla differenza a partire dal riconoscimento nella somiglianza, che è emerso il racconto del vissuto soggettivo.

L’esperienza, nuova per l’attività che di solito svolgiamo con gli adolescenti, l’esperienza di unire la parola con il fare è stata l’innovazione di questo progetto.
Novità che ha colto un punto caldo dell’adolescenza e soprattutto di questi adolescenti: il fare, l’agire in sostituzione al dire, alla parola. Una mira centrale pertanto è stata quella di utilizzare il fare (fare vedere, ascoltare, mettere in posa, recitare, disegnare) in un modo creativo, dando una forma differente alla spinta al fare che può, in alcuni casi, essere nell’ordine della distruzione. Mi sono soffermata sulla questione dell’agire perché uno dei rischi maggiori che abbiamo riscontrato nell’incontro con i ragazzi è proprio questo: il rischio che l’agire e l’agito precedano, con conseguenze dannose, il pensato e la parola. Il rischio che il dolore portato sia abbattuto e combattuto tramite l’agire, non in una direzione generativa, alimentato dalla passione e dal desiderio, ma che il dolore sia trattato tramite un agire devastatore. Il nostro lavoro ha avuto tra gli obiettivi anche di mostrare loro la possibilità di una soluzione differente. Soluzione che poteva arrivare solo dando il posto alla loro storia, una per una, alle loro passioni, attitudini e desideri.

Non è stato semplice, per i ragazzi in primo luogo. Perché mostrare una passione significava rendersi possibile bersaglio degli altri. Essere capaci in qualcosa è stato in alcuni momenti marcare proprio una differenza, una distanza dall’appartenenza al gruppo.
Come dicevo in precedenza al fare è stata affiancata la necessità del parlare. Scrivere intorno ai ragazzi un perimetro di sospensione rispetto ciò che, fuori da quel perimetro, si ripeteva in modo automatico e non pensato. Questo è un ulteriore rischio per gli adolescenti che abbiamo incontrato. La ripetizione senza differenza, la ripetizione dell’identico, la ripetizione di un fallimento.

Cosa accade quando il fallimento e il dolore non viene vissuto come un evento della vita in cui il soggetto si sente coinvolto e responsabile, anche se in minima parte, in prima persona? I vissuti, drammatici di alcuni ragazzi hanno IMG_9157-31-01-17-02-37messo in evidenza questa interpretazione dell’altro, altro genitoriale, altro scolastico, altro istituzionale. Ciò che è andato storto nella vita dipende da qualcosa che è difettoso nell’altro. Come non si può essere arrabbiati e non re-agire se le cose stanno in questo modo?
Perché essere diversi se la “vita” è difettosa? Effettivamente alcune “storie” sono state difettose, difficili. Abbiamo tentato questa strada per partire, dalla sovrapposizione tra le difficoltà e le responsabilità soggettive. Tra la realtà difettosa e ciò che ognuno di loro poteva fare di quel difetto. Questo è stato il nostro punto di arrivo, queste sono state le ultime parole. Parole di un percorso durato un anno, un percorso che ha visto momenti anche molto diversi tra loro.

Siamo partiti con dei ragazzi che abbiamo accompagnato per un tempo, che poi per questioni indipendenti dalla loro volontà hanno preso altre strade. Siamo partiti con degli adolescenti tutti inscritti sotto il significante “a rischio”, a rischio di precarietà, a rischio di non trovare un posto, a rischio di agire per trovare un nome. Siamo partiti con un gruppo di ragazzi che agivano nel gruppo e dove scrivere lo spazio per la parola è stato un tempo preliminare del lavoro stesso. Parlare delle assenze del gruppo: “oggi manca Leonardo”, manca perché è stato arrestato, “oggi manca Davide”, manca perché ha picchiato un ragazzo della comunità e non potrà uscire perché è in punizione. Sono degli esempi per descrivere come, prima di creare, o mentre si creava è stato necessario ricucire, dare un senso all’assenza, che primariamente è un assenza per ognuno di loro, assenza di una stabilità e assenza di un posto. Perciò è stato importante provare a dare un senso al non senso e ricucire, così come creare legame attraverso l’incontro. L’incontro tra pari e l’incontro con un luogo. Un luogo da mettere sotto sopra, ma anche un luogo dove parlare di ciò che fa soffrire. Un luogo dove si può dire, anche se in forma mascherata, ciò che è andato storto. Anche coprendo la colpa, la vergogna, il dispiacere con la sfida, perché no? Purché si dica.

Non tutti i soggetti sono uguali e non tutti i gruppi lo sono stati. Abbiamo incontrato anche un gruppo unito dal significante “esclusi dalla scuola” in cui i ragazzi hanno messo da subito in parola il modo singolare di esserne esclusi. Esclusione vissuta per ognuno come un fallimento. Fallimento senza scampo. Il rischio, forte, è di un vissuto depressivo, nostalgico per qualcosa di perduto e mai più riconquistabile. Le parole dei ragazzi dipingono una vita già compromessa, dove qualsiasi alternativa diventa un’ultima scelta. Dove l’inciampo diviene una caduta senza la possibilità di ripartire bene. Come ripartire dall’inciampo? La parola, il confronto, è stato un mezzo per mostrare un’altra via. La sofferenza stessa può essere un’occasione per interrogarsi, interrogarsi per non ripetere.